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 [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica

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AutoreMessaggio
Yul Bimescola
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Mar 5 Feb - 8:25

cavoli Gray...una canzone ascoltata migliaia di volte e mai intesa nel suo autentico significato...politicamente ricordo gli anni in questione..vissuti da adolescente o poco più ma li ricordo.

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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Ven 8 Feb - 13:07



Another Brick in the Wall è un brano musicale, suddiviso in part I, part II e part III, contenuto nell'album The Wall, pubblicato nel 1979 dai Pink Floyd.
Le tre parti della canzone, scritte dal bassista e voce del gruppo Roger Waters, hanno simile, se non uguale, tema musicale e struttura lirica, ed ognuna ha toni più forti e rabbiosi di quella che la precede, dalla tristezza della prima parte, al messaggio di protesta della seconda, fino alla rabbia ed alla disperazione della terza

Parte I

-Composizione
La canzone ha un tono tranquillo e pacato, eccetto un breve, ma chiaro, aumento del tono della voce verso la fine della parte cantata del brano, al termine della quale inizia un lungo e sottomesso assolo di chitarra elettrica.
-Trama
Seguendo ciò che viene raccontato nella canzone The Thin Ice, Pink, il protagonista, cresce e capisce che il padre è morto in guerra. Questo lo distrugge moralmente e fa sì che cominci a costruire "The Wall", vale a dire "Il Muro".

Parte II

La parte II di Another brick in the Wall è una canzone di protesta contro la rigida istruzione in generale, e in particolare contro i collegi scolastici, cosa che ha portato alla censura del brano in Sud Africa.
Il brano fu rilasciato anche come singolo nel 1979 e conquistò la cima delle classifiche in Gran Bretagna, negli Stati Uniti,nella Germania dell'Ovest e in molti altri paesi.
Per questo brano, inoltre, i Pink Floyd ricevettero una candidatura al Grammy per la Migliore Esecuzione di un Duo o un Gruppo Rock, ma persero contro Against the Wind di Bob Seger. Inoltre il brano è classificato al 375 posto nella Lista delle 500 migliori canzoni secondo Rolling Stone.
Nel 1980 la canzone fu adottata come inno dagli studenti neri durante la rivolta di Elsie's River, in Sudafrica, per protestare contro la propaganda razziale. Il 2 maggio dello stesso anno la canzone fu censurata in quello stato.
-Composizione
Another brick in the Wall, parte II forma, nell'album The Wall, un tutt'uno con la traccia precedente The Happiest Days of Our Lives, collegata ad essa con un urlo di Waters (molto simile a quello presente nel brano Careful with That Axe, Eugene).
Nella canzone la batteria ed il basso sono in primo piano e, in sottofondo, si sente la chitarra elettrica di Gilmour, che termina la canzone con un lungo assolo.

Per incidere quest'ultimo il chitarrista impiegò la sua Gibson Les Paul Gold top del 1955 dotata di pickup P-90. Nella canzone è presente anche un coro di studenti che cantano la seconda strofa.
Alla fine della canzone si sentono i tipici suoni di un cortile di una scuola e degli insegnanti che riprendono alcuni ragazzi. Il brano termina con lo squillo di un telefono e un profondo sospiro.
-Coro degli studenti
Per Another brick in the Wall, parte II i Pink Floyd ingaggiarono un coro di ragazzi composto dagli studenti di musica del professor Alun Renshaw dell'Islington Green School.
Benché la scuola avesse ricevuto una somma forfettaria di 1000£, non ci fu nessun accordo con i componenti del coro riguardo ai diritti d'autore sulle copie del brano vendute e, con la legge inglese sul copyright del 1996, essi acquisirono il diritto di guadagnare la quota che gli spettava e la rivendicarono[5].
La quota che spetta ad ogni membro del coro è stata stimata intorno alle 500£.
-Trama
Dopo essere stato sgridato dal suo maestro, Pink sogna il giorno in cui i ragazzi avrebbero cominciato a protestare contro gli insegnanti troppo severi.

Parte III

-Composizione
La parte III è la parte più corta di Another Brick in the Wall. È quasi del tutto simile alla prima parte, ma ha toni più forti. Lo strumento che prevale è il basso e nel brano non viene eseguito alcun assolo di chitarra.
-Trama
Pink decide di finire il muro a causa della rabbia scaturita in lui dopo il tradimento della moglie, giudicando di non aver bisogno di nulla e riducendo tutti i suoi conoscenti a semplici mattoni nel muro.
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Ven 8 Feb - 13:29

Davide Van de Sfroos: El teemp (il tempo)



Dài Maria, porta qui il mandolino
che il tempo passa,
voglio suonare, voglio suonare la mia canzone,
come una volta...

Dài, Maria, mettiti a ballare,
che il tempo salta,
voglio cantare, cantare solo per te,
come una volta

...Perchè il tempo passa,
perchè il tempo passa.
perchè il tempo ruba,
perchè il tempo ruba, sììì...

....e quanti anni, Maria,
quanti anni,
non me ne sono accorto,
è perchè il tempo non si fermerà
in nessun posto


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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Ven 8 Feb - 23:46

Grazie Norton per questa bella canzone Smile Non conoscevo ! (normale, mi direte... no ? Laughing ),
Una domanda scratch (sono sicura che vado ancora a dire una "bêtise"... Embarassed Laughing ... ma fa niente ! Laughing) non capisco nella quale lingua è la canzone scratch Un po' in italiano e un po' in un'altra, no ? E si tratta di un cantante italiano ? scratch Embarassed

E, comunque, grazie Gray per il soggetto che scopro solo oggi ! Embarassed Very Happy
Certo, un po' difficile per me di leggere tutto in una volta... Embarassed ... e non sono sicura di capire tutto Embarassed ... ma mi sembra molto interessante e ci tornero ! ciao flower
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Ven 8 Feb - 23:48

Stras ha scritto:
Grazie Norton per questa bella canzone Smile Non conoscevo ! (normale, mi direte... no ? Laughing ),
Una domanda scratch (sono sicura che vado ancora a dire una "bêtise"... Embarassed Laughing ... ma fa niente ! Laughing) non capisco nella quale lingua è la canzone scratch Un po' in italiano e un po' in un'altra, no ? E si tratta di un cantante italiano ? scratch Embarassed

E, comunque, grazie Gray per il soggetto che scopro solo oggi ! Embarassed Very Happy
Certo, un po' difficile per me di leggere tutto in una volta... Embarassed ... e non sono sicura di capire tutto Embarassed ... ma mi sembra molto interessante e ci tornero ! ciao flower

ciao Stras ciao ciao , tranquilla ..il vero significato di certe canzoni non lo capiamo nemmeno noi italiani Laughing Wink

quella di Giorgio è in lingua locale ,come il salame di Varzi lol!


Ultima modifica di grayspida il Sab 9 Feb - 12:31, modificato 2 volte
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Sab 9 Feb - 9:53

ciao Stras, grazie per l'apprezzamento del brano che ho postato; Smile

è cantata parte in italiano, parte in dialetto lombardo, della zona
dei laghi (Lugano, Como) comunque comprensibile anche in Oltrepo.

L'autore si chiama Davide Bernasconi, è nato a Monza, "Van de Sfroos" è
uno pseudonimo scherzoso, che si rifà alla vita dei contrabbandieri.
La zona dei laghi, confinando con la Svizzera, dava una volta lavoro
di contrabbando, cioè "di frodo" - in dialetto "de sfroos" Smile

La canzone secondo me è molto bella, ben eseguita, nostalgica,
e ripresenta il tema del tempo che se ne va per sempre

(cfr. De André, Valzer per un amore:

Vola il tempo lo sai che vola e va,
forse non ce ne accorgiamo
ma più ancora del tempo che non ha età,
siamo noi che ce ne andiamo
)

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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Sab 9 Feb - 12:10

Norton ha scritto:
ciao Stras, grazie per l'apprezzamento del brano che ho postato; Smile

è cantata parte in italiano, parte in dialetto lombardo, della zona
dei laghi (Lugano, Como) comunque comprensibile anche in Oltrepo.

L'autore si chiama Davide Bernasconi, è nato a Monza, "Van de Sfroos" è
uno pseudonimo scherzoso, che si rifà alla vita dei contrabbandieri.
La zona dei laghi, confinando con la Svizzera, dava una volta lavoro
di contrabbando, cioè "di frodo" - in dialetto "de sfroos" Smile

La canzone secondo me è molto bella, ben eseguita, nostalgica,
e ripresenta il tema del tempo che se ne va per sempre

(cfr. De André, Valzer per un amore:

Vola il tempo lo sai che vola e va,
forse non ce ne accorgiamo
ma più ancora del tempo che non ha età,
siamo noi che ce ne andiamo
)


interessante Cool

"perchè il tempo non si fermerà
in nessun posto" ...
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Sab 9 Feb - 12:21



Coda di Lupo

-Quando ero piccolo m'innamoravo di tutto
correvo dietro ai cani
e da marzo a febbraio mio nonno vegliava
sulla corrente di cavalli e di buoi
sui fatti miei e sui fatti tuoi
e al dio degli inglesi non credere mai.

Il “dio degli inglesi” sono i valori della borghesia che vengono usati al fine di far presa su una classe che si è costituita nel fuoco della resistenza e della “liberazione”. E' il nonno il simbolo di questa classe e del sogno di un mondo diverso che poteva essere e non è mai stato.

-E quando avevo duecento lune e forse
qualcuna è di troppo
rubai il primo cavallo e mi fecero uomo
cambiai il mio nome in “Coda di Lupo”
cambiai il mio pony con un cavallo muto
e al loro dio perdente non credere mai.

Il dio perdente. Quello che viene a prospettare un bell'impiego da ragioniere. Sono i primi anni cinquanta. I primi sprazzi di ribellione giovanile. Le bande. I “teddy-boys”. L'emigrazione, interna ed esterna, ai massimi storici.

-E fu nella lunga notte della stella con la coda
che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa
crocifisso con forchette che si usano a cena
era sporco e pulito di sangue e di crema
e al loro dio goloso non credere mai

Il dio goloso è il partito comunista, in piena forma. Sono gli anni sessanta. Il nonno prova a finire il lavoro. Siamo a Genova, in Sicilia, a Reggio Emilia. Il governo è il governo Tambroni. Niente da fare, sono solo bande di “provocatori” da immolare sull'altare dei valori della pacifica convivenza.
Si mangeranno il nonno e sputeranno i Notarnicola e i Cavallero. Banditi a Milano!

-E forse avevo diciott'anni e non puzzavo più di serpente
possedevo una spranga un cappello e una fionda
e una notte di gala con un sasso a punta
uccisi uno smoking e glielo rubai
e al dio della Scala non credere mai.

Il dio della Scala! La prima contestazione, nel 1968, ad avere gli onori della cronaca, e l'eco della stampa. Le uova marce che aspettavano lor signori alla prima della Scala. Un'Italia del dopo-boom, già e ancora divisa. Una nuova generazione che si affacciava alla storia, La prima violenza collettiva. Quella fatta e quella subita!

-Poi tornammo in Brianza per l'apertura
della caccia al bisonte
ci fecero l'esame dell'alito e delle urine
ci spiegò il meccanismo un poeta andaluso
“Per la caccia al bisonte” - disse - “il numero è chiuso”
e a un dio a lieto fine non credere mai.

Il dio a lieto fine. Quello che, semplicemente, non c'è! Un decennio di lotte e di contestazioni, e la risposta è, ancora una volta, l'incapacità di recepire le istanze che insorgono dal basso della società. La risposta è il numero chiuso nelle Università. La strada è tracciata.

-Ed ero già vecchio quando vicino a Roma
a Little Big Horn
capelli corti generale ci parlò all'Università
dei fratelli tute blu che seppellirono le asce
ma non fumammo con lui non era venuto in pace
e a un dio fatti il culo non credere mai.

Il dio-fatti-il culo. E così arriviamo a Luciano Lama, campione dell'ideologia, la più becera. Quella fondata sui valori assurdi del lavoro e del sacrificio che, a fronte del più imponente movimento che anima l'Italia del dopo-guerra, non trova niente di meglio che attuare la più squallida delle provocazioni alla “Sapienza” di Roma. E' la più grande vittoria del movimento che finalmente comincia a regolare i conti, spazzandolo via, lui e il suo palco e il suo servizio d'ordine. E' anche l'inizio della sconfitta.

-E adesso che ho bruciato venti figli sul mio letto di sposo
che ho scaricato la mia rabbia in un teatro di posa
che ho imparato a pescare con le bombe a mano
che mi hanno scolpito in lacrime sull'arco di Traiano
con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia
ma colpisco un po' a casaccio perché non ho più memoria
e a un dio senza fiato non credere mai.

Il dio senza fiato. Nessuna speranza. La lotta è finita in un vicolo cieco. Le aberrazioni di una “vita privata” che non si sapeva e che si era riusciti fino ad allora a scansare. La lotta armata e l'eroina. La cosiddetta “arte”, come territorio oramai separato. La risposta individuale ai problemi della sopravvivenza, al quotidiano. Rimangono solo pochi, disperati, senza capacità di discrimine che sparano a tutto quel che si muove dall'altra parte! Ne parlerà nella canzone che chiude il disco, e chiude anche la storia di quegli anni.
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Sab 9 Feb - 13:50

il tutto molto amaro....
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Lun 11 Feb - 14:48




Il testo tratta una serie di "quadri" di vita di un quartiere genovese del centro storico,attraverso i quali,ancora una volta,De André rappresenta il mondo degli emarginati,a lui così cari ed invece così spesso dimenticati. Prostitute e pensionati sono descritti con evidente simpatia, perché raffigurano la schiettezza contro l'ipocrisia del vecchio professore dall'ambiguo comportamento.Le ultime due strofe delineano con maggiori particolari la zona del porto e i personaggi che lo abitano:ladri,assassini,approfittatori senza scrupoli.Ed è proprio qui che De André chiede di non giudicare con il metro della legalità e della mentalità borghese,bensì di provare per quei poveri esseri un forte senso di pietà,poiché essi non sono null'altro che vittime della società e della storia.

“La città vecchia” non è solo una delle più importanti canzoni di De Andrè, ma costituisce anche una buona base per illuminare le sue scelte artistiche e linguistiche. Infatti è importante subito precisare che “La città vecchia” di De André è una rielaborazione-traduzione di una poesia di Umberto Saba intitolata anch’essa “Città vecchia” di cui credo necessario riportare alcuni versi per meglio mostrare quale sia il percorso di De Andrè e il suo uso, liberissimo delle fonti e degli influssi culturali.

Scrive il triestino Saba: “Spesso, per ritornare alla mia casa / prendo un’oscura via di città vecchia (…) Qui tra la gente che viene che va / dall’osteria alla casa o al lupanare (…) qui prostituta e marinaio, il vecchio che bestemmia, la femmina che bega, (…) la tumultuante giovane impazzita / d’amore / sono tutte creature della vita / e del dolore; / s’agita in esse, come in me, il Signore. / Qui degli umili sento in compagnia / il mio pensiero farsi / più puro dove più turpe è la via”.
Possiamo notare che nel testo di De Andrè, rispetto a quello originario di Saba, vi è un maggior realismo accompagnato a una semplificazione del lessico, delle immagini e dei concetti e irrobustito da un fortissimo gusto narrativo e dall’abbandono della presenza lirica soggettiva. E’ interessante rilevare che sono i primi due versi – dove si usa la prima persona – quelli caduti ed eliminati e che nella chiusa dove ricompare la riflessione diretta di Saba, De Andrè preferisce inserire un’apostrofe rivolta all’ascoltatore e un atto d’accusa all’ipocrisia borghese.

Echi letterari: Le differenze ora notate tra la poesia di Saba e il testo De Andrè ci permettono di sottolineare due aspetti. Il primo che De Andrè non è un poeta nel senso convenzionale del termine ma piuttosto un cantastorie, o, meglio ancora, un autore di racconti-romanzi cantati. L’altro che è preponderante in De Andrè, rispetto alla lirica “cortese” italiana, l’influsso della poesia grottesca-carnevalesca, italiana e non italiana. Possiamo affermare dunque che il De Andrè chansonnier in proprio e traduttore di canzoni d’altri e rivisitatore di poesie antiche e moderne è comprensibile solo a partire dal fatto che egli era comunque e sempre un cantastorie, che insomma egli, anche in versi, era un grande autore “romanzizzato”. Non solo, ma possiamo anche ribadire che la cifra costitutiva del suo canzoniere è l’ironia, il grottesco, il rifiuto della classicità, il tradurre anche la propria lingua in un’altra lingua, il giocare con le parole per liberare le parole, per spezzare la crosta della convenzionalità e dare nuova libertà all’uomo e al suo pensiero.

Influenze sulla musica successiva: De Andrè è sempre stato un grande innovatore. Dunque in tutti e tre i periodi della sua attività – quello in cui era maggiormente influenzato da Brassens e dagli chansonnier francesi (anni Sessanta), quello in cui si è aperto al rock e a Bob Dylan (anni Settanta) quello in cui è arrivato alla word musica (anni Ottanta/Novanta) – ha avuto un enorme successo di pubblico e di critica. Non solo, ma De Andrè ha avuto una grande influenza su autori che sono stati suoi collaboratori ed amici: De Gregori, Bubola, Fossati, Malaspina… Ma forse l’influenza di De Andrè è stata più complessa ed indiretta. Nessuno dopo di lui ed anche tragicamente dopo la sua morte ha potuto più dire che la canzone italiana non era arte.
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Sab 16 Feb - 0:30

tongue 


Ultima modifica di grayspida il Lun 11 Nov - 3:32, modificato 1 volta
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Sab 16 Feb - 10:01

bravo Gray...come si dice dalle mie parti sei un pozzo di scienza Exclamation study

leggo sempre con attenzione,curiosità e piacere i tuoi approfondimenti dacordi
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Dom 17 Feb - 15:03




-"Amico fragile è nata così: quando ero ancora con la mia prima moglie, fui invitato una sera a Portobello di Gallura, dove m'ero fatto una casa nel '69, in uno di questi ghetti della costa nord sarda: d'estate arrivavano tutti, romani, milanesi... in questo parco residenziale, e m'invitavano la sera che per me finiva sempre col chiudersi puntualmente con la chitarra in mano. Una sera ho tentato di dire: "Perché piuttosto non parliamo di...". Era il periodo, ricordo, che Paolo VI se n'era venuto fuori con la faccenda - ripresa poi mi pare da quest'altro qui, della stessa pasta - degli esorcismi. Insomma dico: "Parliamo un po' di quello che sta succedendo in Italia..."; nemmeno per sogno, io dovevo suonare. Allora mi sono proprio rotto i coglioni, mi sono ubriacato sconciamente, ho insultato tutti, me ne sono tornato a casa e ho scritto Amico fragile. L'ho scritta da sbronzo, in un'unica notte. Ricordo che erano circa le otto del mattino, mia moglie mi cercava, non mi trovava né a letto né da nessun'altra parte: c'era infatti una specie di buco a casa nostra, che era poi una dispensa priva anche di mobili, dove m'ero rifugiato e mi hanno trovato lì che stavo finendo proprio questa canzone. " F.De Andrè

Testo :

Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d'attenzione e d'amore
troppo, "Se mi vuoi bene piangi "
per essere corrisposti,
valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo "Mi ricordo":
per osservarvi affittare un chilo d'era
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità:
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi,
ero molto più curioso di voi.

E poi sorpreso dai vostri "Come sta"
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,
tipo "Come ti senti amico, amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un'ora al mese di te"
"Lo sa che io ho perduto due figli"
"Signora lei è una donna piuttosto distratta."
E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell'ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco,
pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra.

E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi.

Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a farle spalancarsi la bocca.
Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male e ad alta voce di me.
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo.
Potevo chiedere come si chiama il vostro cane
Il mio è un po' di tempo che si chiama Libero.
Potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle.
Potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.

E mai che mi sia venuto in mente,
di essere più ubriaco di voi
di essere molto più ubriaco di voi.



-Trattasi certamente di una invettiva nei confronti di quella borghesia ridanciana e festaiola che affolla le nostre amate coste sarde nel periodo estivo, trattasi di quella preistoria della costa Smeralda allora da poco lottizzata dall'Aghakan, strappata con mancie di quelche decina di milioni ai pastori indigeni che svendevano convinti di far l'affare, ettari di pascoli a picco sul mare, senza sapere che sarebbero diventati luoghi perubriachi-sobri ("...e mai che mi sia venuto in mente, di essere più ubriaco di voi, di essere molto più ubriaco di voi..").
Azzarda riferimenti precisi e netti alla formalità di quella gente "Se mi vuoi bene piangi" per essere corrisposti e ancora e "E poi sospeso tra i vostri "Come sta" meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci".
Lo stato etilico avanzato è sottolineato dall'esordio "evaporato in una nuvola rossa" e ancora il nascondersi dagli occhi di quella sera "in una delle molte feritoie della notte". Faber esterna la sua necessità di capire, di confrontarsi, presto disillusa dalle pressioni dei presenti "perché già dalla prima trincea ero più curioso di voi ero molto più curioso di voi". Addirittura ribandendolo più volte, prendendo quasi le distanze da una umanità che lo disgustava "fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli senza rimpiangere la mia credulità". La chitarra e il suo elmo, forse simboli delle armi che lui usava per combattere, la chitarra come spada e le parole come lama, per tagliare i pensieri. E poteva barattarle con una scatola di legno, ma solo per capire che avrebbe perso.

-Graffiante il Faber, con un cane di nome Libero (presumibilmente non uno yorkshire razza nana creato in laboratorio per fare compagnia alla signore del "tua culpa che affollavano i parrucchieri"), pronto a rispondere ad una donna che ha perso il figlio, quanto questa sia stata distratta.

-Amico fragile è una canzone completamente autobiografica alla quale Fabrizio è sempre stato molto attaccato, riproponendola in tutti i suoi concerti, con un arrangiamento a volte leggermente modificato ed il finale che diventa spesso: "per raggiungere un posto che si chiamasse / Anarchia" invece dell'originale "Arrivederci".

-È la riflessione sulla fragilità dei rapporti umani, ma, nello stesso tempo, sulla necessità di averne e quindi sul senso di vuoto che nasce quando questi vengono meno o restano superficiali. Il risultato è una dichiarazione di amore-odio di un borghese pentito alla propria gente.
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Ven 22 Feb - 16:02



-La suonarono per la prima volta il 17 aprile all’OK Hotel di Seattle. Chi c’era ricorda d’essersi sentito sedotto durante l’esecuzione della strofa e scioccato dal ritornello. Una cosa così non s’era mai sentita. Eppure quella sera Smells Like Teen Spirit non era ancora il brano che milioni di persone in tutto il mondo avrebbero comperato, adorato, urlato: il testo era diverso e il suono non era quello definitivo.
-C’erano, però, tutti gli elementi che l’avrebbero resa una delle canzoni dei più importanti del decennio: l’irruenza, un modo unico di unire l’impatto del punk e la seduzione melodica del pop, i versi confusi eppure stranamente eccitanti. Dentro erano stipati rabbia, frustrazione, innocenza, dolore, liberazione.
Cobain aveva composto il brano nel tentativo di copiare i Pixies e la loro ben nota dinamica vuoti/pieni, melodia/rumore. Temeva d’essere accusato di plagio.

-Pochi notarono la somiglianza con i brani di Black Francis, concentrandosi invece sul testo e sul “teen spirit”, quello spirito adolescenziale che, si sarebbe scoperto solo in seguito con stupore e ilarità, altro non era che una marca di deodorante.

-Solo forzandone il significato si può affermare che Smells Like Teen Spirit è una reazione confusa e disincantata alla possibilità di fare una rivoluzione giovanile, di fronte all’idea della quale Kurt si sente “stupido e contagioso”. Cobain lo definì uno sfogo: “Sentivo il dovere di descrivere quello che provavo circa quel che mi circondava e la mia generazione”. Naturalmente, convinto che l’arte migliore non svela ma nasconde, lo fece a modo suo. Incarnando la confusione che regna nei testi dell’intero album, Teen Spirit esprime la rabbia verso un mondo dominato dall’avidità degli affaristi, ma anche verso l’incapacità di una generazione di costruire un’alternativa praticabile dalla gente comune e non solo da una ristretta élite di persone chiusa e conformista. Il tutto condito da nonsenso e parole accostate senza alcuna ragione apparente. Del resto Cobain era solito scrivere i testi praticamente di getto, a volte pochi minuti prima di entrare in sala d’incisione.

-Ben presto, e suo malgrado, Kurt Cobain fu eletto dai mass media portavoce di una generazione – un titolo ridicolo e un peso troppo gravoso per le sue spalle strette e per il suo stomaco infiammato. Milioni di ragazzi cresciuti in famiglie instabili, in un’atmosfera d’incertezza diffusa, disillusione e rifiuto, si riconobbero nelle canzoni di Nevermind. Kurt si limitò a dire che nell’album “c’è un quadro universale dei danni psicologici che tutti quelli della mia età hanno subito. La mia storia è uguale a quella del 90% della gente della mia età: i genitori divorziati, i figli che fumano erba durante gli anni della scuola, la pesante minaccia comunista, il pensiero di morire in una guerra nucleare e la violenza sempre più diffusa nella nostra società”.
La retorica giornalistica trasformò il successo di Nevermind in una rivoluzione culturale. La verità è che l’exploit del disco era frutto di una moda e come tutte le mode passò.

-Dei 10 milioni di americani che hanno comprato l’album, solo una minima parte esprimeva un’adesione al sistema di valori sotteso ad esso. Il successo ebbe anche l’effetto di far crescere in seno alla band una certa ostilità nei confronti della formula “verso-ritornello-verso”, rendendo profetiche le parole di In Bloom: la canzone, diretta a chi ascoltava musica underground senza capirne il senso, divenne perfetta descrizione dell’atteggiamento di una parte del pubblico dei Nirvana. Crebbe anche una tale noia nei confronti di uno spirito di ribellione con il fiato corto da portare Cobain a dichiararsi, in una canzone di due anni dopo, “annoiato e vecchio”.
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Dom 24 Feb - 14:53





Canzone per l'estate è il quadretto di una famiglia di estrazione proletaria, che è riuscita faticosamente a guadagnarsi un posto in una classe sociale più alta, rinunciando però ad ogni sogno, ad ogni aspettativa, in nome delle abitudini borghesi.

L'interlocutore è il marito, al quale sono rivolti gli interrogativi "com'è che non riesci più a volare?", che si ripetono ad ogni ritornello.

Le strofe non sono altro che un elenco di personaggi o situazioni tipici della famiglia borghese, a cominciare dalla moglie che lava i piatti in cucina e non capisce (immagine molto stridente con quella della donna proletaria, ormai libera dai ruoli di classe), passando poi al cane, alla figlia già vanitosa e frivola che si prova il vestito nuovo davanti allo specchio.

Non manca neanche l'insoddisfazione sessuale del marito, che comunque risolve il problema grazie ad una amante che si sveglia a tutto quel che le regali.
Quando questa canzone venne scritta poteva essere riferita a poche persone, ma di lì a poco sarebbero stati in molti ad abbandonare le vecchie lotte e i vecchi ideali per abbracciare una vita più tranquilla e borghese; anche in questo i due cantautori (De André e De Gregori) sono stati profeti.

Lo stesso titolo, Canzone per l'estate, può essere interpretato come un accenno a quello scadimento evasivo e commerciale nei vari festivalbar e dischi per l'estate, quando la canzone perde la funzione di momento educativo e di riflessione.
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Gio 7 Mar - 18:10



C'è che dice che l'incontro non avvenne mai. Sante Pollastro e Costante Girardengo: i due amici diventati il bandito e il campione quella sera del 1932 a Parigi invece si incontrarono, ma fu l'ultima volta. Si videro dietro le quinte di una manifestazione in pista. Il campionissimo era impaurito, temeva di essere coinvolto in uno scandalo, la polizia cercava Sante dappertutto. Il suo massaggiatore Cavanna lo riconobbe da un fischio: si fermarono a parlare con lui, scambiando qualche battuta e gli diedero appuntamento a Novi Ligure. Ma Sante non ci arrivò mai, lo arrestarono prima.

Il Campione in fuga dagli avversari, il Bandito in fuga dalla legge, questa fu la loro vita, la leggenda li vuole amici come fratelli, ma divisi dal destino.

In realtà le cose non stavano proprio così: Costante Girardengo nacque a Novi Ligure nel 1893. Anche Sante Pollastro nacque a Novi Ligure, ma sei anni dopo, nel 1899. Quella dei due amici d’infanzia che a un certo punto prendono due strade completamente diverse è una licenza poetica, vista la differenza d’età. Pollastro è ancora adolescente quando, nel 1913, Girardengo è in sella su e giù per la Penisola per onorare il suo primo Giro d’Italia. Bisogna però precisare che, anche se non erano amici, è vero che Bandito e Campione si conoscevano: avevano un amico comune, il massaggiatore-preparatore Biagio Cavanna, e ad ogni modo erano compaesani.

Ma come è cominciato tutto questo? Come si faceva, nella piccola Novi Ligure di allora, a diventare grandissimi ciclisti o pericolosi banditi? Un motivo c’era, ed era molto semplice: la fame. Miseria vera, dell’Italia del primo Novecento, di lavoro duro e mal retribuito, in fabbrica o nei campi; di famiglie numerose e di troppe bocche da sfamare. Se qualche via d’uscita c’era, era stretta e non c’era spazio per tutti. Chi poteva, ci si buttava disperatamente, ma il prezzo da pagare, in ogni caso, era duro. Si capisce di cosa stiamo parlando: qualcuno aveva l’incoscienza, il pelo sullo stomaco, o anche il coraggio di darsi alla malavita. Chi invece era così fortunato da avere fiato e forza a sufficienza, cercava di salire sul carrozzone del (relativamente) nuovo sport che appassionava gli italiani: il ciclismo.

LA STORIA

E' il dicembre del 1926: Pollastro e i suoi luogotenenti si trovavano nella zona di Ventimiglia, in attesa di sfruttare il momento propizio per oltrepassare la frontiera. Era la fuga pianificata da tempo. Meno di un mese prima avevano compiuto l'ennesima rapina, stavolta a Milano, in una gioielleria. Un altro spargimento di sangue: a farne le spese, stavolta, il titolare del negozio e due agenti di polizia. Anche il tentativo di fuga dall’Italia si risolse in una serie di omicidi a bruciapelo. Furono ben cinque le vittime nel giro di pochi giorni, e si trattava di poliziotti o carabinieri che non avevano neanche avuto il tempo di chiedere i documenti a quei personaggi sospetti. In un conflitto a fuoco, Pollastro fu ferito, ma riuscì ugualmente a riparare in Francia. Tragica fine, invece, per il suo complice Massari, detto Martìn, fermato dalla gendarmeria francese: resosi conto dell’impossibilità di sfuggire all’arresto, si sparò. Inviati dall'Italia per riconoscere il cadavere, due carabinieri ritennero erroneamente che la salma fosse di Pollastro. Fu così che per alcuni giorni, poco prima del Natale 1926, i giornali italiani, con grande sollievo, diedero per certa la notizia della morte del feroce bandito.

Destino volle, però, che Girardengo, in quei giorni, si trovasse in Francia, precisamente a Parigi. Al Velodromo d’Inverno si disputava la Sei Giorni. Quella delle Sei Giorni su pista era una tradizione ciclistica del tutto diversa da quella della strada, anche se i protagonisti spesso erano gli stessi. Si trattava di semplici passerelle o poco più, in cui il pubblico era composto dalla crème della città. Signori incravattati e signore ingioiellate, insomma, che osservavano con nobile distacco le fughe e gli inseguimenti che si consumavano incessantemente nel circuito. Niente a che vedere coi tifosi che riempivano, e riempiono ancora, di entusiasmo le salite del Giro o del Tour. Però le Sei Giorni erano molto più remunerative della maggioranza delle corse su strada; la fatica era complessivamente minore, e il gioco, tutto sommato, valeva la candela. Girardengo, quindi, era a Parigi a gareggiare insieme ad alcuni suoi gregari, tra cui Antonio Negrini e Luigi Giacobbe. In quel velodromo si consumò l’episodio che forse più di tutti ha contribuito a creare la leggenda del Bandito e del Campione. Biagio Cavanna sedeva tranquillo a bordo pista. Seguiva l'andamento, poco emozionante a dire il vero, delle gare. Il pubblico, come sempre in queste manifestazioni, era numeroso. Di sentire qualcuno fischiare, in un velodromo, capita talmente spesso che non c’è neanche da farci caso. Però quel fischio... quel fischio Cavanna lo conosceva. Ed era qualcosa di particolare. Quel fischio si chiamava «cifulò», ed era prerogativa dei novesi. Era un po’ l’equivalente dell’adesivo che si mette al giorno d’oggi sul retro della macchina con la sigla della provincia. A quei tempi, se uno di Novi voleva farsi riconoscere da un compaesano in «terra straniera», faceva il «cifulò». Il massaggiatore non ci mise molto a capire chi era il novese a Parigi.

Biagio Cavanna e Sante Pollastro si rividero dopo tanti anni. Il maestro di ciclismo e quel ragazzo che in bici non andava abbastanza forte e che adesso era l’uomo più temuto d’Italia e non solo. Cavanna e Girardengo quella sera nel 1932, a Parigi, incontrarono il bandito, Il campionissimo era impaurito, temeva di essere coinvolto in uno scandalo.

A Costante raccontò i dettagli di molte sue imprese criminali e da questi si fece promettere che avrebbe rivelato tutto alla stampa dopo due mesi di silenzio. Era un modo per far sapere a tutti, senza ombra di dubbio, che non era il caso di festeggiare la morte del bandito, perché questi non solo era ancora vivo e al sicuro, ma era anche riuscito a fare quattro chiacchiere col più grande ciclista vivente.

Naturalmente Girardengo rivelò quasi subito quanto era accaduto, e la caccia al delinquente ricominciò più energica di prima. La polizia italiana aveva intenzione di chiudere la faccenda una volta per tutte. Se Pollastro era in Francia, bisognava andare a stanarlo. Facile a dirsi, ma nel 1927 non era affatto normale che le forze di polizia di Stati diversi collaborassero al punto di lasciar lavorare agenti stranieri nel proprio territorio. Il caso, però, era del tutto eccezionale, e anche al di là delle Alpi il bandito di Novi non tardò a farsi tragicamente conoscere. Con la sua banda, che ormai tra Italia, Francia e addirittura Belgio contava circa 150 affiliati, mise infatti a segno una trentina di rapine. La misura era colma.

L’uomo giusto, colui che doveva diventare l’incubo notturno del feroce Sante Pollastro, insomma, «il bravo poliziotto che sa fare il suo mestiere» di cui parla De Gregori fu individuato nel questore Rizzo, che aveva condotto con successo svariate indagini su esponenti e circoli anarchici. Fu probabilmente la sua indubbia conoscenza di questi ambienti che fornivano copertura al bandito a far cadere la scelta sul funzionario, che fu inviato a Parigi a collaborare con le forze di polizia locali.

Le indagini durarono alcuni mesi, finché la parabola criminale di Pollastro si spense in un pomeriggio di agosto. Alla stazione metropolitana parigina della Nation tre gendarmi lo riconobbero. Tentarono di immobilizzarlo, ma ne nacque una colluttazione. Il bandito riuscì ad estrarre la pistola ma fu immediatamente disarmato. Immobilizzato, dichiarò di essere triestino e di chiamarsi Giordano Bruno Radetich, ma durante l’interrogatorio confessò la propria vera identità.

Sottoposto a numerosi processi sia in Italia che in Francia, non perse affatto la spavalderia: "mi metteranno in prigione e proverò a scappare. Se ci riuscirò bene, altrimenti vorrà dire che mi ammazzeranno" ebbe a dichiarare. Fu condannato in Francia ad otto anni di lavori forzati, e in Italia a svariati ergastoli. Durante il processo per il primo omicidio, quello del cassiere Casalegno, fu perdonato e benedetto dal fratello prete della vittima. Per la prima volta, in quell’occasione, il feroce criminale ormai dietro le sbarre ammise i propri sbagli. Proprio nel periodo dei processi a carico di Pollastro, la carriera sportiva del campione Girardengo, quasi quarantenne, si avviava al naturale declino. Senza rimpianti, tuttavia: aveva sempre condotto una vita irreprensibile, da vero atleta, e il fisico gli permetteva di continuare a fare ciò che gli piaceva, e cioè correre in bici. Gli albi d’oro delle corse prestigiose si riempivano di altri nomi, d'accordo, ma Girardengo incuteva sempre una certa soggezione. Nel 1936, il colpo di coda: in una tappa del Giro delle Quattro Province, la Arsoli-Roma, un corridore di quarantatré anni dal passato glorioso e dal presente rispettabile mise tutti in riga, meritandosi gli applausi e la simpatia di tutta la comunità sportiva italiana.

Sante Pollastro, com’era giusto che fosse, invece pagò. Più di trent'anni di reclusione, di cui quattro in isolamento totale. Il confino a Ventotene in tempo di guerra, durante il quale capeggiò una rivolta contro le autorità carcerarie, ma fece in modo che questa non si tramutasse in uno spargimento di sangue. Questo episodio gli valse la grazia, che nel 1959 gli fu concessa dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Quando uscì dal carcere di Parma, Pollastro era soltanto un sessantenne che dimostrava qualche anno di più, che aveva trascorso metà della vita in penitenziario e che aveva voglia di lavorare per rifarsi una vita, «anche se alla mia età e col mio passato non sarà facile», come dichiarò all’unico giornalista che lo aspettava fuori dal portone. Ci riuscì. Lavorò insieme al fratello Luciano, che vendeva articoli di merceria.

Si ricostruì una vita facendo l' ambulante. Girava, naturalmente in bicicletta, con il cestino pieno di cianfrusaglie, e la gente gliele comprava perché in quel modo poteva dargli una mano e perché tutti, in paese, hanno sempre pensato che il bandito tale diventò per colpa di un carabiniere che gli ammazzò un parente e lui si vendicò. Dentro, insomma, era un buono.

Costante Girardengo morì nel 1978. Sante lo raggiunse l’anno successivo. E così finì la storia degli amici divisi da una bicicletta, la cui verità probabilmente rimarrà custodita per sempre.
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Gio 7 Mar - 22:07



Non mi piace molto il significato, ad una prima lettura.Ma per me molto meglio anche solo per il ritmo,video e personaggio rispetto al suo concorrente e vincitore Mengoni Smile
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Gio 7 Mar - 22:55

mi è piaciuta molto la ricostruzione delle vicende Girardengo-Pollastro.
Bravo De Gregori
(e bravo Grayspida! Smile )
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Gio 14 Mar - 22:52



Il termine “Mamacita” potrebbe sembrare un bizzarro nome femminile. Il protagonista in viaggio sull'apatica imbarcazione che lo trasportava verso il punto di congiunzione delle due Americhe, ne aveva invece ben donde di pronunciare questo termine, nei confronti di qualche avvenente signorina di passaggio per il mondo. E’ in pratica un modo come un altro per dare un apprezzamento un po’ colorito a una piacente ragazza; come dire “Bella f…a”.

“Panama” in odor di reggae, ma retta da un’ossatura indiscutibilmente pop, con percussioni molto marcate, mi ha sempre affascinato molto, soprattutto per l’ambientazione stressante e annoiata, nella quale si celano un manipolo di personaggi non identificabili, compreso il marpione di fama e rango sicuramente poco attendibile.

Una lunga e interminabile traversata che inizia a Londra dove questo anonimo trafficante di esplosivi, corrompe il Capitano della nave per far trasferire dall’Europa la sua discutibile merce a qualche squadra di guerriglieri rivoluzionari sudamericani, o come li chiama lui “fuoriusciti”.

Fossati in quest’opera si avvale degli arrangiamenti del tastierista soul-jazz americano Steve Robbins, che collaborerà nei decenni successivi con artisti del calibro di Robert Palmer, Sting, Irene Cara e gli Special E.F.X.
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Dom 17 Mar - 22:20



Il testo è un'ironica invettiva contro ogni forma di prevaricazione del potere e in effetti un piccolo accertamento filologico conferma questa sensazione: trattasi di una traduzione, leggermente adattata, de "Le gorille" (1952) di George Brassens, il famoso canzoniere-ribelle francese che tanto ha influenzato la scrittura di De Andrè e con il quale ha condiviso, pur senza mai incontrarlo, tendenze e idee.

L'assioma fondante parte dal presupposto ineluttabile secondo il quale la vita è fatta di eventualità dovute alla nostra natura umana; per cui, come spesso accade, l'uomo misero si trova a dover fronteggiare quelle conseguenze tutte causate dalla sua fallibilità.

L'errore umano è, nella fattispecie, fattore scatenante di un disastro annunciato: una gabbia distrattamente lasciata aperta, un gorilla in crisi d'astinenza che, approfittando dell'attimo di libertà, scappa e si avventa addosso a due poveri e inermi passanti: una vecchietta e un giovane giudice con la toga. Lo sviluppo della narrazione, svolta con caustico sarcasmo, prosegue mettendo in risalto che l'animale, visto che è tale e per cui non brilla certo né per lo spirito né per il gusto, sdegnata la vecchietta, si dirige tosto sul togato facendolo oggetto delle sue animalesche attenzioni sessuali.

L'epilogo è scontato: il giudice si appellerà a tutte le corti e a tutte leggi del mondo della giurisprudenza: anni di studio e di onorata carriera, clientele e privilegi di casta non serviranno ad evitare la condanna. Neppure la mamma, alla quale disperato griderà come ultimo e inappellabile grado di giustizia lo salverà: lo stupro si consumerà inesorabile.

Il gorilla, dunque, appare come paradigma ineludibile della nostra natura ferina che, secondo la legge del caso, prima o poi si rivela in tutta la sua virulenza e senza che nessuno, giudice, magistrato, professore, politico, giudizio popolare, giornalista militante, scrittore possa fermare. Non si può fermare, proprio come non si può ragionevolmente condannare un animale perché è tale; agisce secondo il proprio istinto e a nulla servirebbe il patibolo, a meno che non si voglia ricorrere ad una vendetta sociale ma priva di funzionalità ai fini di una risoluzione definitiva e che risulterebbe dunque solo strumentale ( oramai a cosa servirebbe abbattere l'animale quando il culo togato è compromesso per sempre?)

E' rilevante il fatto che, nel testo della canzone, e non a caso, è proprio quel giudice che fino al giorno prima si era divertito ad applicare acriticamente il codice legislativo, finendo per condannare severamente chiunque alla pena capitale, che finisce a sua volta condannato e questa volta senza appello.
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Gio 28 Mar - 12:12



The Show Must Go On è un brano della rock band inglese Queen, dodicesima e ultima traccia dell'album Innuendo del 1991. Fu pubblicata come singolo nel Regno Unito il 14 ottobre 1991 in promozione del disco Greatest Hits II, appena sei settimane prima che Freddie Mercury morisse. È una delle poche hit del repertorio dei Queen che raggiunse al momento dell'uscita una posizione più elevata negli Stati Uniti che nel Regno Unito .

Inizialmente si è pensato che questo brano fosse un testamento di Freddie Mercury e che parlasse del suo stato d'animo prima di morire, invece è una poesia triste e struggente nata dalla penna di Brian May. Il risultato finale è comunque frutto della collaborazione di tutti i membri del gruppo. La successione di accordi dell'introduzione (che si ripetono per quasi tutto il brano) è infatti opera di John Deacon, mentre Mercury e Roger Taylor contribuirono alla stesura del testo.

Nelle prime versioni demo della canzone, infatti, diverse tonalità vocali sono in falsetto, perché troppo alte. Per questi motivi, inizialmente May nutriva alcuni dubbi sul fatto che Mercury potesse cantarla, a causa dell'AIDS. Con sorpresa dello stesso May, quando venne il momento di registrare le parti vocali, Mercury disse: "Io la farò, tesoro!", e interpretò il brano senza problemi (il tutto dopo aver bevuto un bicchiere di Vodka).

« The Show Must Go On è venuta fuori dalla riproduzione di una sequenza effettuata da Roger e Deacon, con me che iniziai a lavorarci sopra. All'inizio, si trattava solo di vari accordi messi assieme, ma sentivo dentro di me che sarebbe potuta diventare qualcosa di importante. Ne iniziai a parlare anche con Freddie e, dopo esserci seduti insieme, decidemmo il tema del brano e scrivemmo i primi versi. Ho sempre pensato che sarebbe stato importante farla perché avevamo a che fare con cose che erano difficile da discutere, in quel momento. Ma nel mondo della musica, tutto si può fare. »

(Brian May - 1994)
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Mer 3 Apr - 0:15



Enzo Jannacci era un personaggio molto conosciuto dai frequentatori dei cabaret milanesi, ma che fino ad ora non era riuscito a farsi apprezzare fuori dalle mura della capitale lombarda. Eppure sono anni che si agita (non è un caso se si usa questo verbo!) nel mondo della canzone, soprattutto quella di un certo tipo, cara ai salotti bene dell'intellighenzia meneghina. Quei salotti in cui è facile trovare personaggi come Dario Fo, i Gufi, Franca Mazzola, Maria Monti. Artisti che gioiscono ad essere considerati di nicchia e quasi si dispiacciono del raggiungimento della popolarità. Si sta così bene negli scantinati!! Fa così "alternativo"!

Però, come si sa, negli scantinati c'è umidità e dopo un po' cominciano ad arrivare i primi dolori alle ossa e quindi bisogna darsi da fare per uscirne fuori e farsi vedere, magari in tv.
"Sai quella scatolina che la gente ostina a tenere nel salotto e che è così poco chic...". Ecco, proprio quella.

Un arrangiamento ricco di trovate, con il trombone in primo piano, è la chiave del successo di questa canzone satirica (oggi si direbbe "demenziale") che rimane l'inno a tutte le vittime del mobbing.

Dopo Vengo anch'io... no, tu no la sovraesposizione televisiva di Jannacci è così massiccia che addirittura la Rai decide di dare il titolo di Vengo anch'io... ad una trasmissione estiva di punta del sabato sera su Rai Uno, presentata da Raffaele Pisu e... Provolino.
La sigla iniziale a cartoni animati è proprio quella di Jannacci, anche se a cantarla non sarà lui ma degli anonimi coristi.

Vengo anch'io... no, tu no è la storia buffissima di un uomo che viene respinto da ogni evento, perfino dal suo stesso funerale. Viene scambiata per una canzone prettamente umoristica ma in realtà la tematica di fondo è un po' più complessa. Un'analisi cruda di molti uomini che vivono ai margini della società, isolati in modo assurdo, come ci spiega l'autore, al punto di non poter partecipare ad eventi che li vedono in prima linea.
La cantano i bambini, e quando i bambini cantano una canzone significa che davvero ha fatto centro. Vengo anch'io... no, tu no diviene un modo di dire che ancora è valido adesso e anche la pubblicità ne fa uso.
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Mar 23 Apr - 11:21




Commento preso da Kataweb.it :

Storicamente il Baratto era una forma di scambio commerciale, sostituito poi dalla moneta

E' uno di quei brani di Renato più divertenti, irriverenti, spudorati e irreali della sua lunga carriera musicale,

Intanto si cerca un pretesto per darsi del tu, già mi fa pensare che si sono appena conosciuti…

"Poi dimmi con calma quante crisi hai,
se tu ti sei tolta l’appendice,
oppure te la tieni e sei felice!"

Certo che la stravaganza di questa frase meriterebbe una faccina scioccata, cioè uno si tiene l’appendice e ne è pure felice!

Giustamente poi vuol conoscere proprio tutto dell’altro prima di dargli la sua verginità, la verginità un valore importantissimo o perlomeno lo era a quei tempi ma ecco di nuovo il controsenso perchè la vuole dare al primo che capita anche se spera prima di conoscerlo a fondo!!

"Se prescindi dall’affetto di una cagna e per giunta con la rogna!!
Ehi, se ti do il pelo tu che mi dai?
Ehi, ti do la milza tu che mi dai?
Se ti do il polpaccio, tu che mi dai?
Per due molari io ci starei…
Ci accomodiamo casomai…"


In effetti l’Amore non è poi che un baratto, ecco se vogliamo per un attimo vedere il lato serio di questa strofa possiamo tranquillamente dire che è così, lui ce lo racconta in chiave comica ma tutti noi sappiamo che l’Amore è fatto di compromessi, bisogna rinunciare a qualcosa se si vuole andare d’amore e d’accordo con l’altro.

Ma secondo me anche la vita in fondo non è altro che un Baratto!

"Già la pelle mia rimane qua…
Per affidarla a chi non sia distratto,
Perché non sia solo un baratto!"

Ecco in questo passaggio noto un fondo di serietà da parte sua, si nega a questa persona perchè fondamentalmente non vuole solo uno scambio sessuale ma qualcosa di più duraturo, quindi vuole affidare la sua pelle a chi non sia superficiale ma che sappia comprendere anche la sua anima.

"Perché giuro che non ti basta mai…
È sempre troppo quello che tu vuoi!
Ma tu lo sai quello che vuoi?"

C’è chi in amore o nel sesso non si accontenta mai, come dire non gli basta mai e vuole sempre di più, e allora c’è veramente da chiedersi: Ma tu lo sai quello che vuoi? Spesso non è chiaro ciò che si vuole veramente dall’altro ed è per questo che si desiderano sempre più cose diverse.

"Baratto distratto sei tu che mi hai sedotto!"



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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Gio 25 Apr - 22:56



Il vuoto assume per Battiato un duplice significato: non è chiamato a rappresentare esclusivamente il disorientamento, l'abisso, il vuoto di senso che caratterizza l'uomo e la società contemporanea. Il vuoto, nel pensiero di Battiato , assume anche una valenza positiva, ossia viene identificato come lo spazio che si presta ad essere riempito, fisicamente e spiritualmente. Come un luogo di speranza, quindi, come il luogo in cui principiare l'opera di ricostruzione della propria identità e del senso da attribuire alla propria esistenza. L'abisso, quindi, come male da sconfiggere ma anche come premessa della rinascita.

Dopo aver spazzato via tutto con la sua opera di destrutturazione, "Il Vuoto" diviene per Battiato l'occasione per celebrare la riscoperta delle piccole cose: una fuga dalla frenesia e dal caos del mondo complesso, e al contempo un riavvicinamento alla natura, al silenzio dei boschi e all'insegnamento delle stagioni, che si avvicendano come la gioia e la felicità succedono alle avversità.
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    Lun 29 Apr - 20:17




Anche Il bombarolo può essere considerata una canzone contro la guerra. Spesso si dichiara guerra in risposta a un disagio che, fondato o meno che sia, si ha difficoltà ad accettare.

Nella “Storia di un impiegato” di De André e Bentivoglio, un mite trentenne conformista avverte un profondo disagio tra la sua vita e lo Stato, tra un sistema di potere che gli ha imposto un sistema di vita e la sua naturale, in quanto essere umano, vocazione alla libertà.

Il disagio che trasformerà un mite impiegato nel più convinto terrorista non è tanto lontano da quello che prova la "gente divisa" in Disamistade, così come la vocazione alla libertà dell'impiegato è la stessa di tutti i miserabili faberiani, la cui natura fantastica e libertaria è ben illustrata in "Se ti tagliassero a pezzetti". Ne Il bombarolo v'è il "trentenne disperato" che ha capito che lo Stato è un "Pinocchio fragile", per cui attaccabile con una bomba al tritolo, metodo non dissimile da quelli che legalmente usa il Potere ("parente artigianale"), un Potere "sganciato e restituitoci/dai tuoi aeroplani" con le bombe.

Perché allora non rispondere alle guerre, psicologiche e dinamitarde, del Potere dichiarando una propria guerra al tritolo? Ma il terrorismo non è la risposta corretta, perché sottointende una volontà propria di potere. Ma il "capire che non ci sono poteri buoni", avverrà dopo il processo, (in carcere ne "Nella mia ora di libertà") nell'immediato dell'attentato fallito non gli resta che il ridicolo.
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MessaggioTitolo: Re: [JUKEBOX "secessionista"]- Raccolta di musica    

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